La tela della Beata Maria Vergine della Mercede della chiesa madre di Barrafranca

 

Fig. 1
"Madonna della Mercede" presso la chiesa madre di Barrafranca


A metà della navata destra della chiesa madre di Barrafranca è custodita la tela della Beata Maria Vergine della Mercede (vd. fig. 1). In essa, in basso al centro, si scorge subito un cartiglio (vd. fig. 2) contenente la seguente dedica:
Mercedis 
titulum fundasti Anzalde 
Marie Mercede hac igitur 
solvis abunde polum

Traduciamo in questo modo, nel primo rigo il testo in latino, nel secondo una prima traduzione più grezza (decodificazione), nel terzo una traduzione più libera (ricodificazione) [1]:

   Anzalde       fundasti      titulum        Mercedis

 O Anzaldi   hai fondato    il titolo      della Mercede

Anzaldi, hai dato impulso (a Barrafranca) al titolo (mariano) della Mercede

 

  igitur    Marie        hac        Mercede

e dunque Maria   con questa   Mercede

ebbene, o Maria, con questa (tua) Misericordia (Grazia gratuitamente offerta)

 

 solvis       abunde              polum

libera abbondantemente    il cielo

illumina generosamente (con gran profusione) il cielo

 In pratica, si tratta di una tela parlante, cioè è come se le parole del cartiglio fossero pronunciate dalla tela. Dall'iscrizione, ovviamente, si possono trarre dei dati certi: 1) la data del dipinto: 1693; 2) la presenza di un parroco di nome don Giuseppe Anzaldi; 3) la presenza dell'apporto dei padri mercedari; 4)  a livello linguistico, un'incertezza lieve nell'uso del latino: nella fattispecie, la desinenza -e della parola "Marie" che potrebbe essere considerata con più logica un caso vocativo oppure genitivo (come fece L. Giunta), oppure un ablativo; 5) la conoscenza dell'ars retorica di chi lo ha scritto, in quanto vi sono figure di abbellimento retorico come il poliptoto Mercedis/Mercede, la sineddoche polum/caelum, gli omoteleuti in -e e in -is, le allitterazioni in a- e l'anastrofe, efficacissima per rendere il senso di sconvolgimento provocato dalla forza della Grazia di Maria; 6) l'uso lessicale di polum ci indizia l'interesse per lo studio astronomico che del resto permeò di sé l'epoca barocca e che costituì i primi bagliori dell'illuminismo: il paese era in quel periodo governato dall'illuminato principe Carlo Maria Carafa, mecenate che pubblicò studi religiosi, astronomici e politici.

 La festa della Madonna della Mercede ricade il 24 settembre. Ma quale fu l'origine del culto? San Pietro Nolasco fondò a Barcellona, nel 1218, l'ordine dei mercedari, per praticare una forma concreta di compassione, rivolta soprattutto verso coloro che vivevano ai margini della società: in particolare, i cristiani tenuti prigionieri in pericolo di perdere la fede. I frati erano addirittura pronti a pagare il prezzo per riscattare i prigionieri o, addirittura, a sostituirsi a loro. Il re d'Aragona, Giacomo I, avallò la nascita dell'Ordine, ecco perché il suo stemma (i pali d'Aragona: quattro barre verticali rosse su fondo giallo) è stato recepito dai frati assieme al simbolo della cattedrale (arcidiocesi) di Barcellona e cioè la della croce greca rossa: lo stemma è presente nella tela sia nello stendardo tenuto da San Pietro Nolasco, sia nei ferma mantello della Vergine e di Nolasco. Nel 1272, nelle prime Costituzioni dell’Ordine, venne istituito il nome completo ossia "Ordine della Beata Vergine Maria della Mercede per la redenzione degli schiavi". L'Ordine si sviluppò anche nel nuovo continente, dove i mercedari liberavano dalla "schiavitù" anche le prostitute. La loro missione, del resto, è sempre stata quella di liberare (solvere)  gli uomini da qualsiasi forma di schiavitù, anche il vizio (oggi è compresa la tossicodipendenza). Visto il grande sviluppo di questa devozione, la Chiesa ne sancì la rilevanza universale e, nel 1616, sotto il pontificato di papa Paolo V, la festa della Madonna della Mercede fu ufficialmente estesa a tutto il mondo cattolico.
La tela rappresenta la classica iconografia mercedaria con la Madonna, incoronata da due angeli, in sacra conversazione con San Pietro Nolasco, a sinistra, e San Raimondo Nonnato, a destra. La stessa iconografia ufficiale la si può notare in un quadro di José Gil de Castro, che si trova nel Museo O'Higginiano de Bellas Artes di Talca, in Cile. In base a quest'opera, si può notare l'esistenza di uno scapolare devozionale o abitino, previsto per l'Ordine monastico: quello offerto dalla Madonna a San Pietro Nolasco. Nella tela della chiesa madre di Barrafranca non vi è lo scapolare, probabilmente perché non vi era un Ordine in fissa dimora in paese. I mercedari erano presenti probabilmente in missione. Uno dei frutti di questa missione fu l'introduzione della pantomima della cosiddetta "Giunta" ossia incontro, di Pasqua con i santoni settecenteschi. In diversi paesi, di fatto, come San Cataldo o Aragona tale manifestazione fu voluta dai mercedari. San Raimondo Nonnato ha come attributo iconografico l'ostensorio con un'ostia sulla quale è impressa una crocifissione con due figure di dolenti (vd. figg. 6 e 8). L'ostensorio (realizzato in oro e in argento secondo i gusti dell'epoca in cui fu dipinto il quadro) così come lo stendardo sono dei riferimenti alla Controriforma e ai suoi dogmi da ostentare solennemente. La vita di San Raimondo, protettore delle ostetriche, fu particolare in quanto nacque da sua madre che era già morta di parto: le ostetriche fecero un parto cesareo, ecco il perché del soprannome "Nonnato", ossia "non nato". Il santo subì il supplizio di avere avuto la bocca cucita con un lucchetto, per non farlo parlare. Ecco perché la sua bocca sembra essere serrata. Il santo fu aggiunto, tuttavia, in un secondo momento, rispetto a un primo progetto; lo si può affermare perché nel presbiterio (a destra) della chiesa di Maria SS.ma della Stella vi è una copia più piccola di questa tela ufficiale, nella quale non vi è San Raimondo (vd. figg. 6 e 9).
Per quanto riguarda l'attribuzione, ad oggi, la tela è anonima. Intanto occorre affermare che è abbastanza facile accostare la tela con quella presente a Pietraperzia a sinistra dell'altare maggiore della chiesa madre (vd, fig. 10): entrambe con molta probabilità appartengono allo stesso autore [2]. Si nota che nella tela di Pietraperzia il santo indossa la stessa casula di San Lorenzo dipinto da Roggeri per la Cattedrale di Caltanissetta, Vicari afferma che altre due copie del dipinto di Barrafranca, restaurato nel 2002 da Grazia Marchì, si trovano nella cattedrale di Piazza Armerina e nella chiesa madre di Mazzarino [3]. Ad ogni buon conto, è proprio partendo dall'ostensorio di San Raimondo, sopra descritto, che si può avviare con un alto grado di certezza l'attribuzione. Se si confronta tale oggetto sacro con l'ostensorio che Vincenzo Roggeri dipinse nella tela della "Visione di Santa Teresa", destinata al Collegio dei Gesuiti di Caltanissetta, si può affermare che sono similissimi (vd. figg. 11 e 12). Più approfonditamente, e nello specifico, si può apparentare l'ostensorio della tela con quello coevo che era di proprietà della chiesa dell'Assunta di Caltanissetta (vd. figg. 13 e 14): Roggeri, insomma, dipinse un ostensorio che conosceva bene, si noti il particolare dell'angelo che regge la raggiera con la testa e con le ali. Pure l'ostia contiene la stessa crocifissione incisa con i due dolenti ai lati. Ebbene, se si osservano le moltissime tele di Roggeri, si può anche notare la forte somiglianza tra i volti della Madonna. Le stesse labbra piccole e carnose, con gli angoli segnati con due lineette ritte, che si trovano nella Vergine della tela barrese sono una vera e propria copia di tutte le labbra delle varie Madonne dipinte da Roggeri. Stessa consa si dica per i capelli sciolti, leggermente ondulati e cotonati e della stessa tonalità di colore: biondo leggermente rossiccio. Così si può dire per il colore della carnagione: la tinta usata è cipria lievemente grigiastra. Si osservi pure il mento dei vari volti dipinti da Roggeri: è quasi sempre lo stesso, estruso e ovale (vd. figg. dalla 15  alla 17). Fra tutte, le tele più accostabili a quella barrese per la resa della Madonna sono: "La Madonna bambina tra Sant'Anna e Gioacchino" della chiesa di Santa Maria La Nova di Caltanissetta e "La Madonna del Rosario" della chiesa di San Domenico sempre a Caltanissetta (vd. figg. 18 e 19 ).
Vincenzo Roggeri, nato a Caltanissetta nel 1634 e ivi deceduto nel 1713, fu un pittore molto quotato e lavorò tantissimo: le sue tele si trovano in tutta la Sicilia. Il maestro nisseno ebbe molti allievi, per cui fino a quando non si troverà la sigla "VR" nella tela è comunque possibile affermare che essa sia stata opera almeno della sua bottega o di un suo allievo: questo ci porta a pensare l'esistenza di un ostensorio similissimo a quello di scuola palermitana custodito nella chiesa della Madonna dell'Assunta di Caltanissetta. Solo un nisseno avrebbe potuto effettuare una simile citazione artistica.


Fig. 2
"Madonna della Mercede" cartiglio

Fig. 3
San Pietro Nolasco

Fig. 4
La madonna e San Pietro Nolasco con i tre scudi, simbolo dell'Ordine

ù
Fig. 5
Quadro, intitolato "Nuestra Señora de la Merced" (Madonna della Mercede), realizzato da José Gil de Castro. Si trova nel Museo O'Higginiano de Bellas Artes di Talca, Cile.

Fig. 6
San Raimondo Nonnato

Fig. 7
San Raimondo Nonnato, primo piano

Fig. 8
Ostensorio retto da San Raimondo Nonnato


Fig. 9
Piccolo quadro della Madonna della Mercede presso la chiesa di Maria SS.ma della Stella a Barrafranca

Fig. 10
"Madonna della Mercede" presso la chiesa madre di Pietraperzia (EN)

Fig. 11
"La visione di Santa Teresa" dipinta da Vincenzo Roggeri per il Collegio dei Gesuiti di Caltanissetta e attualmente è presso il Museo Diocesano

Fig. 12
"La visione di Santa Teresa" di Vincenzo Roggeri, particolare di Sant'Ignazio e dell'ostensorio

Fig. 13
Ostensorio databile alla seconda metà del XVII sec. appartenente alla chiesa della Madonna Assunta di Caltanissetta e conservato presso il Museo Diocesano

Fig. 14
Primo piano dell'ostensorio databile alla seconda metà del XVII sec. appartenente alla chiesa della Madonna Assunta di Caltanissetta e conservato presso il Museo Diocesano

Fig. 15
"Madonna della Mercede" pala d'altare, particolare 

Fig. 16
"Madonna della Mercede" pala d'altare, particolare 

Fig. 17
"Madonna della Mercede" pala d'altare, particolare 

Fig. 18
"La Madonna bambina tra Sant'Anna e San Gioacchino" Caltanissetta, Museo Diocesano

Fig. 19
"Madonna del Rosario" Caltanissetta, chiesa di San Domenico





Note

[1] Vd. Luigi Giunta, Cenni storici su BarrafrancaTipografia Giardina, Canicattì 1987, p. 121. Tale edizione è una seconda ristampa dei cenni pubblicati nel 1928. La traduzione del Giunta è piuttosto, anzi troppo, libera. Per di più il parroco-storico inserisce come data il 1633 e non il 1693, come evidentemente è scritto nel cartiglio. Del resto Giunta affermò che il quadro è chiamato "Maria de Soccursio": ovviamente falso, in quanto l'iconografia della Madonna del Soccorso è completamente diversa.

[2] La tela è stata inserita nel seguente catalogo: "L'arte sacra a Pietraperzia. Raccolta delle opere pittoriche presenti nelle chiese di Pietraperzia" a cura del Circolo di Cultura di Pietraperzia, tipografia Lussografica, Caltanissetta 2011, pag. 41. In questa raccolta, la tela è definita "anonima" e si asserisce che si trovava presso la chiesa di San Giuseppe. 

[3] Gaetano Vicari, Guida alle principali chiese di Barrafranca e ai loro tesori nascosti con aggiornamenti ai giorni nostri, pubblicazione indipendente, II ed. 2019, p. 167. Al momento, le tele di Mazzarino e Piazza Armerina ci sono ignote. 


 

Autore 

Filippo Salvaggio



Ringraziamenti

    Si ringrazia Angelo Antonio Faraci per il valido e importante apporto.



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